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Nostra Signora dei Turchi

1968

nostra-signora-dei-turchiE’ un film al di sopra del bene e del male, al di sopra della critica, al di sopra della logica. Per questo non è neanche un film ma una rinfusa di scene che trattano di erotismo e religione, follia e narcisismo. Profonda è la voce fuori campo che racconta l’episodio del massacro di Otranto ma a parte questo tutto il resto è buio. “Nostra Signora dei Turchi” mi è stato consigliato da un amico che stimo parecchio, appena tornato dopo sei mesi di autostop dall’Italia alla Cina. Me lo introdusse con la seguente frase, forse caricandomi troppo di aspettative: “Il solo film che valga la pena vedere. Mi ha aiutato a capire alcune cose di Schopenhauer, Kant, Nietzsche e aveva risposto ad un paio di domande, con la conseguenza di aver meno chiare le cose e ancora piú domande”. Dopo averlo finito (davvero a fatica e non senza la fastidiosa impressione di aver buttato via tempo) mi sono messo alla ricerca di interpretazioni, fonti, commenti che potessero spiegarmi cosa ci avesse visto il mio amico, e assieme a lui un nutrito numero di critici e intellettuali, di così grande e inraggiungibile. Finora non sono ancora riuscito a capirlo e tanto meno a sentirlo. In ogni caso, a parer mio, fissare un foglio bianco, immaginando tutte le storie e le non-storie che da lì si dipanano, è un’esperienza molto più significativa che guardare questo film. L’autore descrive così la sua “scelta narrativa”: “Nel cinema affrontavo certo l’uso dell’immagine che da sempre rifiutavo e trovavo insopportabile: un cinema tributario, decadente, un cinema della provincia letteraria, dove si procede per attendibilità di racconto, scansione del logos ecc. ecc.” A quanto pare distruggere qualcosa senza costruire nulla in sostituzione è un atto degno di essere considerato arte, geniale e Bello. Se uno fa un film, scrive una storia, dipinge un quadro si suppone abbia qualcosa da comunicare: un dubbio, un’intuizione, un’emozione, magari qualche certezza. E siccome non possiamo leggerci i sentimenti l’un con l’altro è necessario usare un linguaggio comune che è quello che il regista sembra tanto aborrire. Per farsi un’idea di chi sia Carmelo Bene (sebbene non bisognerebbe giudicare un’opera dal suo autore ma visto l’opera ingiudicabile non rimane altro da fare) consiglio la visione (se ce la fate) di questo surreale talk-show “Uno contro tutti” (1994), di sicuro un ottimo esempio di dialettica.

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